pagine in pillole 5

L’amico ritrovato

Maurizio ed io eravamo molto amici, amici per la pelle. Facevamo colazione insieme, avevamo gli stessi interessi, volevamo sposare persino la stessa ragazza. I nostri genitori ci chiamavano “ i doppi fratelli” e quando ci chiedevano se eravamo cugini noi rispondevamo: “noi siamo gemelli”.

Non ci credeva nessuno e con giusta ragione: lui era un bel ragazzo, alto ed atletico, con i lunghi capelli scuri e gli occhi neri. Aveva mille interessi nei quali trascinava anche me.

Io ero – 48 anni fa – piccolino, gambe magre, panciuto per costituzione, capelli rossicci ed occhi grigio verde. Avevo molto successo con le ragazze – sono sempre stato un simpaticone –  avevo un bel faccino e molta fantasia. Nel paese eravamo molto conosciuti e stimati, tutti sapevano che per noi l’amicizia era una cosa seria ed indissolubile. Anni dopo scoppiò la guerra, Maurizio fu chiamato al fronte, ma noi prendevamo  tutto come un gioco. Gli dissi: “ Fratello quando torni fatti vedere, io sarò qui ad aspettarti.”

Fu un addio giocoso, poi fui chiamato anche io.

Dio mio, gli anni sono passati in un baleno, me ne rendo conto oggi più che mai. Io ritornai al paese qualche mese più tardi ferito gravemente, una bomba mi aveva tagliato di netto una mano ed un ginocchio. Non prendevo più la guerra come un gioco e di notte piangevo per Maurizio. Lui così aitante e spavaldo, me lo immaginavo come un eroe mentre salvava donne e bambini. Non pensavo a lui come ad un assassino , sapevo che non ne era capace. Era proprio questo a tormentarmi.

La guerra finì, io aspettai notizie invano, per molti mesi, poi seppi che Maurizio fu ritrovato miracolosamente incolume sotto un rifugio. Scrisse più tardi che non poteva tornare per ragioni politiche, che aveva salvato molte ragazze e che aveva disertato perché non se la sentiva di sparare. Feci una risata liberatoria, poi piansi di gioia. Dopo la prima lettera ne seguirono molte altre e per circa tre anni ci scrivemmo spesso. Appena ne ricevevo una ne scrivevo subito un’altra.

Quelle lettere le conserva mia moglie in un cassetto, con tutti gli auguri di buon compleanno delle mie bambine che ormai sono grandi e felicemente sposate. Le mie lettere, che arrivavano puntuali a Maurizio, ad un certo punto mi tornarono indietro. Caddi nella disperazione più nera.

Anni dopo – i nostri genitori erano morti – scrissi ad un giornale chiedendo di fare delle ricerche pubblicando degli annunci. Accettarono. Dovevo trovarlo, sapere perché non si faceva più vivo.

Passarono ancora molti anni, mia moglie cercava di consolarmi ma io non pensavo ad altro.

Il 5 maggio 1988 ebbi la notizia che aspettavo da sempre: dopo 45 anni di ricerche affannose sapevo dov’era Maurizio. Riunii tutta la famiglia, feci stare buoni i miei amati nipotini, poi li informai con le lacrime agli occhi.

Brindammo molto commossi e telefonai a Maurizio. Creso di non avere mai provato un’emozione così forte in tutta la mia vita. Maurizio aveva una voce ancora molto giovane, era emozionato quanto me e continuava a piangere. Lo consolai e dissi : “ Non piangere altrimenti piangerò anch’io, vedi? Adesso mi sta salendo il magone…”

Il 6 maggio il mio amico mi telefono ridendo. Mi diede il suo recapito ed io ero così felice che stavo male. Ci telefonavamo tutti i giorni finché mia moglie decise di andare a trovare Maurizio. Mi disse:” Ho preso una settimana di ferie, così potremo partire domani pomeriggio. Che ne dici?”” Sei un amore, come sempre” ci abbracciammo felici.

Alla sera facemmo le valige ed andammo a dormire. Misi l’indirizzo sul tavolino: Maurizio Cosacchi via Per La Bianca 42 Paradisia. Mi disse che abitava li da 45 anni cioè da quando aveva smesso di scrivermi. Quella notte stetti male, dovevamo affrontare un lungo viaggio e non sapevo come salutarlo. Problema idiota vero? Eppure ero così felice che non respiravo più. Fu così che mia moglie mi trovò: senza respiro. La cosa strana è che dal 20 maggio 1988 abito in via Per La Bianca 43 a Paradisia. Essendo vicini di casa Maurizio ed io ci facciamo lunghe passeggiate in pace e tranquillità. Quando chiedo a Maurizio come facesse a telefonarmi risponde sempre che è “ il premio dell’Amicizia Indissolubile”.

 

Pezzani Emilio

01-09-1903

18 –05 -1988

 

pagine in pillole 4

Il micromondo di Gina

 

La piccola Gina si era appena svegliata quando suo nonno le propose di andare al parco giochi per fare merenda.

Si vestì con il suo golfino confezionato dalla nonna con tanto amore, in poche ore aveva creato un capo d’abbigliamento unico e raro proprio come sua nipote.

Il nonno prese il sacchetto con la merendina e la bottiglia d’acqua, alzò Gina con il palmo della mano e la mise nel taschino destro; in quello sinistro c’era il fazzoletto.

La strada era trafficata, nonno si fermò ed attese che il semaforo fosse verde. Il parco giochi non era lontano e Gina lo vedeva avvicinarsi ogni volta che suo nonno faceva un passo, arrivato ad una panchina le disse di non allontanarsi altrimenti non l’avrebbe vista.

Gina cercò di salire sopra l’altalena, passò allo scivolo  poi alla giostra infine si appoggiò ad un ramo caduto.

“Nonno, non arrivo agli scalini!” disse Gina ma lui si era addormentato sulla panchina con il giornale in mano.

Non le rimase che trovare qualcosa da fare ed in fretta altrimenti non si sarebbe divertita.  Trovò un albero abbastanza rovinato dalle mani degli innamorati e si arrampicò: dalla punta del cuore fino alle sue rotondità. Più su un rametto stava nascendo fragile e lei fece molta attenzione a non abusare della sua pazienza, passò da parte.

Da quell’altezza il mondo le sembrava molto più bello, era alta come una bambina della sua età, pensava che era l’unico modo di crescere. Un ramo più robusto l’accolse dove i suoi rami si univano in un abbraccio verdeggiante; Gina si sdraiò su di esse e con le mani dietro la nuca guardava le nuvole muoversi nel cielo.

Passava un treno che si trasformava in nave, una pecora correva e si scioglieva. Gina avrebbe voluto afferrarle e modellarle in modo da portare a casa un ricordo di un pomeriggio qualunque.

Un bruco verde la raggiunse strisciando sul ramo fino ai suoi piedi poi scelse di continuare il suo percorso con la pancia all’insù e le antenne penzolanti, raggiunte le foglie più tenere mangiò avidamente senza curarsi dello sguardo di Gina.

Il sole pareva più vicino con i suoi raggi, l’aria interrompeva quel calore di tanto in tanto creando dei piccoli brividi alla bambina. C’era qualcosa più piccolo di lei.

Gina guardava su e la sua voglia di arrivare era tanta, era arrivata abbastanza in alto da non permettere al nonno di prenderla facilmente, forse con i piedi sopra la panchina l’avrebbe raggiunta ma a lei non interessava affatto.

Si ritrovò seduta con le mani che tenevano le foglie che poco prima avevano fatto da letto, si alzò e con le mani ben allargate le sventolò con energia tagliando l’aria. Gina non si mosse ma con gli occhi chiusi immaginava di essere un uccello e di poter volare, l’unica cosa che si muoveva in quell’istante era solo la sua gonna.

Nonno si era svegliato e la cercava tra i sassi lì vicino, una briciola di pane in mano per nutrire quel piccolo corpo dal cuore grande.

“Sono qui!” disse lei ed il vento l’aiutò portando quella debole voce fino alle orecchie dell’uomo. Il nonno alzò lo sguardo al cielo e vide la nipote in equilibrio sul ramo.

“Vieni giù, ti prendo io” disse il nonno.

Gina fece un salto tenendo strette le foglie ed agitando le braccia.

La mano del nonno era ampia abbastanza per l’atterraggio, Gina raggiunse il taschino per andare a casa.

Gina quel giorno aveva imparato che neppure il suo grande nonno poteva raggiungere le nuvole e che lei poteva volare.

 

 

 

pagine in pillole 3

La biro elementare

Lo studente fissò distrattamente il problema di aritmetica, poi tentò di concentrarsi sulla relazione di storia. Non sopportava Napoleone ed ora doveva farne una relazione.

“Bah, – pensò tristemente – avessi più tempo per fare queste cose! Tra storia, aritmetica, scienze e sociologia… domani penso proprio di farmi venire la febbre.”

Il ragazzo si coricò di malumore: aveva studiato tutto il giorno, scritto durante la cena, era andato in camera subito dopo ed aveva continuato a leggere. Enzo si sentiva esausto e svogliato, era prossimo agli esami e si sentiva senza energie. Gli insegnanti, poi, interrogavano tutti giorni sul programma svolto. Quella notte Enzo sognò grandi lettere che lo ingoiavano e libri enormi che lo colpivano sui fianchi.

La mattina alle sette in punto sua madre lo chiamò. Subito Enzo inventò qualche scusa per alzarsi più tardi ma la donna, che ormai lo conosceva bene, non cedette alla sceneggiata e lo fece rotolare giù dal letto. Fu che Enzo andò a scuola di malumore e con il mal di testa; un livido aveva preso forma sulla nuca e si stava colorando vistosamente di rosso.

Strada facendo pensava ad una soluzione veloce e decise di non andare a scuola. Girò l’angolo e si accorse di trovarsi proprio davanti al suo istituto. Un professore lo salutò, poi il preside gli disse di sbrigarsi a recarsi nella sua aula poi lo spinse in malo modo dentro il portone. Tutta colpa dei pensieri che affollavano la sua mente.

Carlo, un suo compagno di scuola, gli disse:

“Che hai, ti è morto il gatto?”

Enzo spiegò la faccenda al suo amico.

“Non hai fatto i compiti per oggi e non hai finito la relazione di storia? Prevedo guai per te. Se vuoi, posso  farti copiare il problema di matematica.”

”Grazie Carlo, sei un amico.”

Prese il suo quaderno e quello del suo amico ma quando vide che il problema era già risolto e dava un altro risultato . decise di copiare lo stesso ma non si spiegava l’accaduto.

La scrittura era la sua ma lui non aveva, non sapeva risolvere il compito. Al momento della correzione Carlo si accorse di avere sbagliato tutto e chiese scusa ad Enzo. Lui non rispose, perso com’era nei suoi pensieri.

Arrivò l’ora di storia, la cruciale relazione batteva alle porte. Il professore disse alla classe: “ Ragazzi, domani voglio il vostro scritto su Napoleone. Adesso sono stufo di aspettare, vi ho dato troppo tempo.”

La classe fu presa dal panico. Enzo e Carlo restarono ammutoliti. All’uscita di scuola i due ragazzi decisero saggiamente che fosse meglio svolgere ognuno il proprio compito.

“Sono arrivato mamma…” disse sbattendo la porta.

“Lavati le mani prima di mangiare.”

Detto e fatto. Lo scolaro mangiò con avidità poi si chiuse in camera a studiare storia. Aprì la cartelletta e mise sulla scrivania il testo tanto odiato. Tra le pagine trovò dattiloscritta una perfetta relazione su Napoleone. La lesse tutta d’un fiato e si mise a saltellare nella stanza. Il secondo miracolo era avvenuto.

Quel pomeriggio studiò altre materie nelle quali era rimasto indietro, si rifece il problema miracolato e cenò soddisfatto. La mattina dopo si sentiva un leone. Strada facendo lesse la relazione re sorrise mentalmente a Napoleone. Inutile dire che Enzo fu il migliore in storia, geografia, sociologia e scienze. Il professore  di matematica lo lodò per il suo impegno e gli disse soddisfatto:

“Continua così e arriverai alla sufficienza.”

Durante l’anno Enzo non diede mai segni di stanchezza, visto che i “miracoli” continuavano. Aiutò i compagni in difficoltà , ora aveva molto tempo libero.

Superò tutti gli esami brillantemente e si iscrisse all’università. I “miracoli” si ripetevano speso, quasi quotidianamente.

Una notte il ragazzo si svegliò a causa di un crampo alla gamba destra. All’improvviso vide una luce chiara, piccola riflettente sulla scrivania. Vide una penna che scriveva da sola, la guardò meglio poi riconobbe la sua biro, con la quale aveva scritto fino dalle elementari. Rimase immobile con gli occhi socchiusi, poi si addormentò.

La mattina pensò di essere pazzo. Controllò nell’astuccio e la vide lì immobile e silenziosa come sempre. Aprì il quaderno e si stupì: c’era scritto in una calligrafia del tutto nuova un messaggio per lui. Con il batticuore Enzo lesse:

“So che stanotte mi hai vista scrivere da sola, non volevo che tu pensassi ad un sogno. Io sono viva, sono come un’anima imprigionata a regalare parole. Non mi buttare via mai. Ho scritto cose inutili per anni adesso voglio solo lavorare per me. Io scriverò un libro e tu gli darai un nome, so che accetterai e per questo ti ringrazio.”

Enzo lesse e rilesse più volte, poi baciò la sua amata biro e le disse di si. Lei scrisse “grazie” in rosso ( ma non aveva l’inchiostro blu?). Due anni dopo uscì il libro e il ragazzo riscosse un notevole successo. Furono stampati molti latri libri dai quali presero spunto film e testi teatrali.

Non posso certo rivelare il vero nome di questo scrittore, ma se vedrete in un’intervista una persona seria e posta col cappuccio di una biro infantile che sporge dal taschino, allora

pagine in pillole 2

brevi poesie tratte dal libro ” rime tra le righe righe tra le rime” edito da Feltrinelli nel 2012.

” A volte c si narra a pezzi e la sostanza di noi si perde. trovare il bandolo della matassa con un filo d’inchiostro per ritrovarsi.”

” Da quando nasciamo impariamo a camminare con i piedi di chi ci ama. Loro ci hanno portati prima in braccio.         Ci hanno riempito la mente… e gli occhi… e il cuore.                Ci hanno visti partire              e poi tornare.    C’era sempre un piatto sul tavolo per tutti.    Poi è toccato a noi salutare           e ricordare.         Un passo alla volta per tornare a camminare.         Per imparare che in questo universo ci sono rette infinite  dove noi siamo solo segmenti.”

per informazioni su questo libro ” lecreattivesisters@gmail.com”

pagine in pillole 1

testo ricavato da “La leggenda dell’albero di luna” edito da Feltrinelli nel 2011

La leggenda dell’albero di luna

PREFAZIONE

Quando gli uomini erano in sintonia con la Natura alcuni di loro diventati Saggi, si trasformarono in alberi per aiutare altri uomini a superare l’inverno.

Si alzavano alti in cielo ed ascoltavano il Vento.

Ad ogni solstizio di primavera tornavano ad essere uomini per non scordare  le loro radici. Esseri saggi, guide spirituali per altri uomini sempre meno disposti ad ascoltare.

Così gli uomini secolari migrarono in luoghi lontani aspettando anime pure.

La supremazia dell’uomo sulla Natura, l’invidia per la Conoscenza faceva si che il loro sacrificio li rendesse così diversi da essere dimenticati.

Gli ultimi Uomini Saggi decisero di rimanere alberi secolari fino all’estremo sacrificio,  seminando la loro sapienza sulla Terra in una notte magica.

Gli alberi secolari tendono ancora le loro fronde al cielo per chiedere aiuto al Vento, per portare i loro ricordi lontano. Ascolta ciò che il Tempo racconta sotto le foglie di un grande albero, in una notte di luna piena. Raccogli il messaggio. Portalo lontano, oltre la ragione umana dell’ipocrisia e del potere.

 

Raccontalo ad un bambino oppure tienilo per te. Rientrerai nella ristretta cerchia dei pazzi innamorati della natura.

Prima che il Tempo ingiallisca le loro foglie.

 

chi fosse interessato ad avere notizie su questo libro può contattarci a “lecreattivesisters@gmail.com”

Non giudicare !

Ci insegnano a non giudicare. In realtà lo facciamo sempre. Ogni istante della nostra vita è la conseguenza di un nostro giudizio. Pensate alle vostre azioni quotidiane: mentre guidate un’autovettura dovete calibrate velocità, distanza, situazione del traffico. Chi di voi è pronto a tamponare il mezzo davanti? Ciak! Azione….. il nostro giudizio ci dice ” attenzione”. Certo che il giudizio affrettato può fare male, disturba il nostro modo di relazionarci, ci isola magari dagli altri. Se ad essere giudicati siamo noi? Dobbiamo pensare che è la normalità. Tutti giudichiamo.

Il problema vero è il pregiudizio. Pensare con la testa degli altri ci allontana da noi stessi. Pre- giudicare sulle basi di informazioni date …. cerchiamo la fonte di tutto e poi giudichiamo noi.

Mente e cuore, ragione e sentimento: il nostro lato umano.

le pagine del mattino

Alzarsi e scrivere. Lo faccio alla mattina per venti minuti e poi affronto la giornata. Metto in ordine i pensieri, desideri, concretizzo i sogni. Difficile pensare che prima di una buona colazione si abbia bisogno di noi. La necessità di ascoltarci prima che il mondo virtuale ci accenda, prima di diventare schiavi dell’orologio o del tempo. Alla mattina scorre l’inchiostro più puro, mettiamo le parole in ordine svegliandole dai sogni della notte. Solo allora la giornata inizia.