pagine in pillole 4

Il micromondo di Gina

 

La piccola Gina si era appena svegliata quando suo nonno le propose di andare al parco giochi per fare merenda.

Si vestì con il suo golfino confezionato dalla nonna con tanto amore, in poche ore aveva creato un capo d’abbigliamento unico e raro proprio come sua nipote.

Il nonno prese il sacchetto con la merendina e la bottiglia d’acqua, alzò Gina con il palmo della mano e la mise nel taschino destro; in quello sinistro c’era il fazzoletto.

La strada era trafficata, nonno si fermò ed attese che il semaforo fosse verde. Il parco giochi non era lontano e Gina lo vedeva avvicinarsi ogni volta che suo nonno faceva un passo, arrivato ad una panchina le disse di non allontanarsi altrimenti non l’avrebbe vista.

Gina cercò di salire sopra l’altalena, passò allo scivolo  poi alla giostra infine si appoggiò ad un ramo caduto.

“Nonno, non arrivo agli scalini!” disse Gina ma lui si era addormentato sulla panchina con il giornale in mano.

Non le rimase che trovare qualcosa da fare ed in fretta altrimenti non si sarebbe divertita.  Trovò un albero abbastanza rovinato dalle mani degli innamorati e si arrampicò: dalla punta del cuore fino alle sue rotondità. Più su un rametto stava nascendo fragile e lei fece molta attenzione a non abusare della sua pazienza, passò da parte.

Da quell’altezza il mondo le sembrava molto più bello, era alta come una bambina della sua età, pensava che era l’unico modo di crescere. Un ramo più robusto l’accolse dove i suoi rami si univano in un abbraccio verdeggiante; Gina si sdraiò su di esse e con le mani dietro la nuca guardava le nuvole muoversi nel cielo.

Passava un treno che si trasformava in nave, una pecora correva e si scioglieva. Gina avrebbe voluto afferrarle e modellarle in modo da portare a casa un ricordo di un pomeriggio qualunque.

Un bruco verde la raggiunse strisciando sul ramo fino ai suoi piedi poi scelse di continuare il suo percorso con la pancia all’insù e le antenne penzolanti, raggiunte le foglie più tenere mangiò avidamente senza curarsi dello sguardo di Gina.

Il sole pareva più vicino con i suoi raggi, l’aria interrompeva quel calore di tanto in tanto creando dei piccoli brividi alla bambina. C’era qualcosa più piccolo di lei.

Gina guardava su e la sua voglia di arrivare era tanta, era arrivata abbastanza in alto da non permettere al nonno di prenderla facilmente, forse con i piedi sopra la panchina l’avrebbe raggiunta ma a lei non interessava affatto.

Si ritrovò seduta con le mani che tenevano le foglie che poco prima avevano fatto da letto, si alzò e con le mani ben allargate le sventolò con energia tagliando l’aria. Gina non si mosse ma con gli occhi chiusi immaginava di essere un uccello e di poter volare, l’unica cosa che si muoveva in quell’istante era solo la sua gonna.

Nonno si era svegliato e la cercava tra i sassi lì vicino, una briciola di pane in mano per nutrire quel piccolo corpo dal cuore grande.

“Sono qui!” disse lei ed il vento l’aiutò portando quella debole voce fino alle orecchie dell’uomo. Il nonno alzò lo sguardo al cielo e vide la nipote in equilibrio sul ramo.

“Vieni giù, ti prendo io” disse il nonno.

Gina fece un salto tenendo strette le foglie ed agitando le braccia.

La mano del nonno era ampia abbastanza per l’atterraggio, Gina raggiunse il taschino per andare a casa.

Gina quel giorno aveva imparato che neppure il suo grande nonno poteva raggiungere le nuvole e che lei poteva volare.

 

 

 

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